Origini del Ju Jitsu - Ju Jitsu

Vai ai contenuti
Un pò di Storia
ORIGINI DEL JU-JITSU: l'Arte della Cedevolezza

Il Ju-jitsu è un insieme di tecniche di combattimento a mani nude elaborate in Giappone dai Bushi dell'epoca Kamakura, per consentire ai Samurai di difendersi efficacemente anche di fronte ad un avversario che possedesse ancora le sue armi.
Il Ju-jitsu si sviluppò dalle antiche tecniche del Kumi-uchi (Yawara), descritte nel Konjaku-monogatari, opera buddista che risale al XIII sec.
Nel corso dei secoli, diverse scuele di Ju-jutsu (Wa-jutsu, Yawara, Kogusoku, Kempo, Hakuda, Shubaku, etc.), tutte appartenenti alla Via dell'arco e del cavallo (Kyuba-no-michi) si esvilupparono e migliorarono le tecniche originali, aggiungendovi nuovi movimenti e contromosse adottate dall'arte cinese di combattimento (Shaolin-si) e alcune tecniche particolari utilizzate dagli arbitri di Okinawa (Okinawa-te).
Quest'arte, così rielaborata fu reimportata in Cina verso il 1638 da Chen Yuanbin (1587-1671), poeta e diplomatico cinese residente in Giappone.
Tuttavia, il Ju-jutsu si sviluppò come arte marziale solo durante l'epoca Edo, in cui il paese visse un periodo di relativa tranquillità.
Numerose scuole di combattimento, create da dei Ronin (Samurai senza padrone), diffusero rapidamente le tecniche di Ju-jutsu in tutto il Giappone.
Esse, però, vennero codificate solo durante l'epoca Meiji, cioè nel periodo in cui i Samurai persero il diritto di portare la Katana ed in cui le faide tra clan rivali vennero interdette.
Il principio unificatore del Ju-jutsu era di poter vincere con ogni mezzo, utilizzando la minor energia possibile; ciò richiedeva dunque agli adepti della "dolce arte" di specializzarsi in diverse discipline.

Il praticante di Ju-jutsu doveva quindi:
• saper valutare la forza dell'avversario, per utilizzarla contro di lui, prima che il suo attacco risultasse efficace;
• se possibile, evitare gli attacchi;
• nel corso del combattimento, squilibrare l'avversario;
• saper attaccare senza conoscerne i punti deboli;
• saperlo proiettare facendo uso del principio della leva;
• saper immobilizzare al suolo l'avversario torcendogli le membra, lussandogliele o strangolandolo;
• saper colpire sui punti vitali in modo da fargli perdere conoscenza, e feririlo seriamente oppure ucciderlo.

In pratica, l'arte del Ju-jutsu guerriero si prefiggeva, quale scopo principale, quello di annientare l'avversario mettendolo nell'incapacità di eseguire un nuovo attacco, a tal proposito veniva quindi utilizzato ogni genere di tecniche pericolose e sovente mortali.
Inizialmente praticato dai Samurai, poi dai Ninja, il Ju-jutsu, diffondendosi rapidamente anche tra le classi più umili, divenne un metodo di combattimento utilizzato soprattutto dai briganti e da ciò derivandone una cattiva reputazione immeritata.
Questa fu una delle ragioni per cui Jigorô Kanô utilizzò le tecniche dolci del Ju-jutsu per creare una nuova disciplina, che chiamò Judo, per differenziarlo dal mortale Ju-jutsu.
Nel suo studio, Kano si accorse che le radici del Ju-jutsu affondavano nelle arti interne cinesi e così cercò di dare rilevanza a quest'aspetto morbido del combattimento.
Fino al 1922, anno in cui fu fondato ufficialmente il Kodokan, il il Ju-jutsu era riconosciuto ed insegnato nei numerosi Ryu sia in Giappone sia all'estero.
«Ma cosa significa realmente "gentilezza" o "cedevolezza" ? Per rispondere a questa domanda supponiamo di valutare la forza di un uomo in unità.
Diciamo che la forza di un uomo in piedi di fronte a me sia valutabile in 10 unità, mentre la mia, minore della sua, sia rappresentata da 7 unità.
Ora, se egli mi spinge con tutta la sua forza, io sicuramente indietreggerò o sarò atterrato anche se uso tutte le mie forze.
Questo succede perché ho usato tutta la mia forza contro di lui, opponendo forza contro forza.
Ma se invece di contrastarlo cedessi alla sua forza indietreggiando il mio corpo fino ad esaurire la sua spinta, avendo allo stesso tempo cura di mantenere il mio equilibrio, allora naturalmente lui si inclinerebbe in avanti e quindi perderebbe l'equilibrio.
In questa nuova posizione, egli può diventare così debole (non nella effettiva forza fisica ma a causa della posizione scomoda) da vedere la sua forza momentaneamente rappresentata da un valore di sole 3 unità, invece delle sue normali 10 unità.
Ma, nel contempo, tenendomi in equilibrio, mantengo tutta la mia forza originariamente rappresentata da 7 unità.
Sono ora temporaneamente in una situazione di superiorità e posso sconfiggere il mio avversario usando solo la metà della mia forza, cioè metà delle mie 7 unità, o 3.5 contro le sue 3.
Questo lascia metà della mia forza disponibile per un altro scopo.
Ora, se io avessi più forza del mio avversario, potrei naturalmente spingerlo indietro.
Ma anche se desiderassi respingerlo ed avessi la forza di farlo, sarebbe ancora meglio per me cedere prima, perché, così facendo, avrei molto economizzato la mia energia e resa vana quella del mio avversario.
Questo è un semplice esempio di come, cedendo, un combattente possa sconfiggere il suo avversario e poiché ci sono molti altri esempi analoghi nelle lotte Ju-jutsu, dove questo Principio è applicato, il nome Ju-jutsu (cioè l'arte gentile o l'arte del cedere) diviene il nome dell'intero metodo.»

Jigorô Kanô, 1937

Torna ai contenuti